mercoledì 26 marzo 2008
lunedì 17 marzo 2008
Impossibile tacere
domenica 2 marzo 2008
Guardare a Moro rivolti al futuro
sabato 1 marzo 2008
Riformisti, ma non à la Sarko
I dodici punti del programma elettorale del Pd, pubblicato da Europa il 26 febbraio, si sono meritati l’elogio di Federico Geremicca, che ha scritto su La Stampa di una scelta che obbliga alla chiarezza: «Nessuno potrà dire di non sapere per quale ipotesi di soluzione ha votato, votando il Pd». In realtà temo anche io, come molti commentatori, che le promesse elettorali facciano parte della competizione e perdano molto del loro significato quando sono stati proclamati i risultati del voto. E, tuttavia, penso che ci apprestiamo a fare una scelta che ha a che fare con l’identità del partito che stiamo per votare.Per questo motivo seguo con attenzione la vicenda delle candidature ed ho riletto le dodici schede che sintetizzano il programma di Veltroni. Mi sono soffermato sulla scheda che dovrebbe rappresentare la continuità del dibattito parlamentare interrotto dal niet di Berlusconi al tentativo di varare un governo finalizzato alla riforma elettorale. Pensavo di leggere una proposta che sciogliesse il nodo della “bozza Bianco”, secondo le indicazioni del ministro Chiti a favore di un sistema elettorale costruito a partire dal modello tedesco, per una proporzionale capace di rispettare il pluralismo e garantire la governabilità. Invece vedo riproposta l’ipotesi avanzata da Franceschini nei giorni della crisi di governo, con un’intervista sul modello francese che fece pensare che quella era la riforma concordata tra Veltroni e Berlusconi. Una riforma che, sull’onda del referendum, avrebbe portato a un bipartitismo coatto, anche più pericoloso per la democrazia delle coalizioni coatte responsabili della fine della seconda repubblica. Non a caso alcuni politologi sostengono che il Partito democratico, decidendo di affrontare le elezioni da solo, sta realizzando per via politica la riforma elettorale che Guzzetta si proponeva di realizzare per via referendaria e hanno scritto che questa scelta strategica di Veltroni, oltre a semplificare l’orizzonte politico, ha costretto Berlusconi ad inseguirlo.In realtà le cose stanno andando in modo meno lineare. Dopo aver liberato la strategia riformista dai vincoli imposti dalla sinistra antagonista, che ora sta scendendo in campo come Sinistra arcobaleno, Veltroni ha incrinato l’identità dei democratici sottoscrivendo un accordo con Di Pietro che permette all’Italia dei Valori di competere con la propria sigla, e inserendo i radicali nella lista del Pd ha alimentato una polemica che riguarda i temi eticamente sensibili ma anche altri temi, che non hanno nulla a che fare con la questione cattolica, poiché riguardano il modello istituzionale e la riforma del welfare. Per parte sua Berlusconi ha cavalcato entrambe le strategie rese possibili dal Porcellum: ha costretto i suoi alleati all’ammucchiata emarginando chi non accettava di sottomettersi alla logica del “partito personale”, ma ha anche dato vita ad una coalizione con i leghisti della Padania e del sud, per conquistare comunque il premio di maggioranza. Così la probabile rimonta elettorale del centrosinistra è sterilizzata dal fatto che anche se per un solo voto il Cavaliere potrebbe assicurarsi una forte maggioranza parlamentare.In questo contesto, che importanza può avere l’impegno a varare una legge elettorale uninominale a due turni? Quando si è discussa questa riforma nell’assemblea del Pd? E quale rapporto c’è tra il modello di democrazia che si intende realizzare, caratterizzata da un bipartitismo coatto e quindi da istituzioni tendenzialmente autoritarie, e l’identità del partito che si sta costruendo sull’immagine del suo presidente e tendenzialmente oligarchico? Ho riletto l’intervento svolto da Gualtieri in occasione del decennale della fondazione Italianieuropei, un intervento che ho condiviso; e ho trovato nella riflessione su una democrazia decidente che non sa cosa decidere molte delle ragioni che mi rendono un oppositore irriducibile della personalizzazione della politica, del presidenzialismo e di ogni riforma che cancella la centralità del parlamento e il pluralismo della rappresentanza sociale e politica.Ha ragione Geremicca: il programma del Pd è chiaro anche sul punto, per me decisivo, della riforma della politica. E per questa ragione dopo aver pensato che il Pd fosse un’occasione storica per ripensare il popolarismo in una nuova prospettiva riformista, non vorrei vedermi costretto a dire no ad un partito di impronta sarkoziana, che rischia di diventare sempre più simile, televisivamente, al suo antagonista.Post scriptum. Leggo su Europa del 27 febbraio, mercoledì, le trenta cartelle del programma: lasciano socchiusa la porta a una riforma elettorale più aperta, che non metterebbe a rischio la Costituzione. E anche la nota dedicata a Sarkozy che «sembra un’anatra zoppa» ed è considerato, dai suoi amici conservatori, responsabile della sconfitta che si annuncia per le ormai imminenti elezioni municipali. Mi auguro che il tempo aiuti i democratici a riflettere più a fondo sul futuro della democrazia.
venerdì 29 febbraio 2008
Innanzitutto la vita
(da Europa)
mercoledì 27 febbraio 2008
Il lavoro è per l'uomo
Un seminario dell’ufficio nazionale Cei per i problemi sociali fa il punto sull’emergenza morti bianche Il vescovo di Ivrea: «È un problema che coinvolge anche la comunità ecclesiale» La sicurezza sul lavoro è un tema che non interessa solo imprenditori e sindacati.Deve stare a cuore anche a chi difende la vita in tutte le sue fasi. A cominciare naturalmente dalla comunità ecclesiale. Lo ha ricordato ieri il vescovo di Ivrea, monsignor Arrigo Miglio, ricordando come questo sia «il tipico esempio di un problema etico, la difesa della vita appunto, che si apre a una questione sociale». Il presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace è intervenuto, infatti, al seminario Tutela della vita e sicurezza nel lavoro,organizzato dall’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei e svoltosi a Roma. «La difesa della vita – ha spiegato – oltre ad avere una radice etica, ha anche conseguenze sociali positive», specie quando, come nel caso degli incidenti sul lavoro, attraverso un’adeguata prevenzione può servire a salvare dalla morte e anche a tagliare «i costi che la mancata sicurezza, alla fine, comporta». Per questo monsignor Miglio ha chiesto «maggiore sinergia tra quanti s’impegnano per la sua difesa, dagli uffici di curia ai centri di aiuto alla vita, dalle associazioni ai movimenti d’impegno sociale». A indurre l’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro a organizzare il seminario vi sono sicuramente i tanti incidenti sul lavoro, che hanno cadenza giornaliera (e particolare risonanza ha avuto nei mesi scorsi la morte di sette operai della Thyssenkrupp di Torino).Ma questo appuntamento nazionale, come ha sottolineato monsignor Paolo Tarchi, direttore dell’Ufficio Cei, «vuole andare oltre l’emotività e mettere in moto un percorso che coinvolga tutte le diocesi italiane». Si comincerà con l’organizzazione in una decina di città di incontri analoghi. E si continuerà con una sensibilizzazione diffusa sul territorio, mettendo insieme imprenditori, sindacati, lavoratori, ispettori e operatori sanitari.«Vorremmo soprattutto – ha insistito monsignor Tarchi – che cresca una consapevolezza: investire nella sicurezza del lavoro ha un ritorno economico. Spendendo 1,14 miliardi di euro, cioè lo 0,08 del Pil, si risparmierebbero costi sociali per 10 miliardi, cioè lo 0,68 per cento del Pil».Nel corso del seminario di studi, infatti, è emersa soprattutto la preoccupazione degli esperti (è intervenuto, tra gli altri, anche Giovanni Guerisoli dell’Inail) in merito alla mancata riduzione delle morti bianche nel nostro Paese.«Negli anni ’60 – ha ricordato Claudio Gessi della Cisl – c’erano circa 5000 incidenti mortali all’anno. Oggi siamo intorno ai 1400 morti all’anno. Ma questo livello si mantiene stabile più o meno dalla metà degli anni ’80. Mentre altri Paesi europei sono riusciti a migliorare, da noi questa soglia non viene intaccata». È urgente fare qualcosa di concreto. E la Chiesa italiana vuole dare il proprio contributo. Monsignor Miglio ha ricordando come più volte i presidenti della Cei, ora il cardinale Angelo Bagnasco e il suo predecessore, cardinale Camillo Ruini, abbiano «toccato questo problema». Monsignor Tarchi ha concluso: «Vogliamo essere vicini a tutte le famiglie colpite da incidenti sul lavoro. E molti sacerdoti, molti gruppi, molte comunità già lo sono nella loro quotidiana cura pastorale». Il presidente della Commissione episcopale: occorre più sinergia tra tutte le forze e maggiore prevenzione.
domenica 17 febbraio 2008
Il posto dei cattolici in un partito laico
Cattolici in rete nel PD
(da Europa)
La chiusura traumatica della legislatura ripropone il dilemma della politica italiana: uscire da una crisi estenuante o conoscere un’ulteriore involuzione.Il respiro breve di molte forze politiche ha bloccato l’opera risanatrice e riformatrice avviata dal governo Prodi e sta esponendo pericolosamente il paese alle tensioni del disordine globale. La società italiana rischia di essere spinta oltre la soglia d’allarme di un clima di sfiducia che è oggi il suo male più grave.È uno scenario inquietante che mette alla prova, anzitutto, le grandi ambizioni riformiste del Pd. E che ci spinge, io credo, a rinnovare una forte assunzione di responsabilità come cittadini cristiani. Urge guardare oltre le angustie del presente per immettere ragioni di speranza civile nella vita del paese: idee ricostruttive che contrastino – già nella sfida elettorale – la tendenza a cristallizzare la ricerca e bloccare il confronto.Dobbiamo contribuire a promuovere una nuova stagione di fecondità dell’ispirazione cristiana, intesa come talento da condividere nella vita pubblica e nella società.Questo significa rendere riconoscibile ed efficace la visione della persona e della società, la cultura politica, l’insediamento sociale e culturale del cattolicesimo sociale e democratico, per contribuire alla costruzione non solo di un soggetto politico nuovo, ma di un orizzonte più credibile per la democrazia italiana.Abbiamo parlato di un’Italia nuova, più libera, più giusta, più solidale.Qual è il “posto” dei cattolici in questa impresa? Le “provocazioni” ostentate di Giuliano Ferrara sull’aborto e sui temi della vita, quelle più credibili di Savino Pezzotta sulle emergenze della questione sociale e della famiglia, i richiami dello stesso episcopato sui “valori irrinunciabili”, sono altrettante sfide che esigono risposte adeguate: culturali prima ancora che politiche.Raccoglierle seriamente vuol dire costituire finalmente sedi comuni e occasioni adeguate per la ricerca, la discussione, il confronto. Il direttore di Avvenire, dopo il discutibile intervento al Tg1 sull’Udc, propone con grande serietà di avviare un dialogo con il «mondo laico», sulle importanti «questioni della vita e della morte, l’amore, la malattia, il lavoro, l’educazione e la scuola».È questa, da tempo, la proposta dei Cristiano sociali. In tale dialogo, però, non si può chiedere a nessuno di rinunciare alla propria identità e alla propria verità, credente o non credente che sia. Tanto meno lo si può fare in nome del principio di laicità.Laicità, al contrario, è creare le condizioni perché nelle diverse dimensioni dello spazio pubblico sia possibile un dialogo di riconoscimento che fondi la convivenza e permetta una politica buona, anzitutto, perché orientata al bene comune.Questo è tanto più vero per il Pd.Costruire insieme un partito nuovo spinge le diverse tradizioni riformiste oltre il dialogo. Dobbiamo intensificare i percorsi che possono condurre tradizioni cristiane e laiche verso quel reciproco riconoscimento. Solo così il Pd sarà il laboratorio avanzato di una laicità rinnovata. Di fronte a inedite sfide, è compito dei riformisti elaborare una nuova grammatica della convivenza, una cultura politica e un’etica pubblica capaci di stabilire e condividere principi, valori e regole che promuovano concretamente nel paese un tessuto di convivenza civile, legalità, giustizia sociale.Difficile, altrimenti, assicurare nel Pd una coabitazione “feconda” tra Binetti e Pollastrini, Lerner e Fioroni, Follini e Cuperlo. Una tale impresa ha bisogno di luoghi appropriati, opportunità non improvvisate, tempi garantiti: nel partito, nei futuri gruppi parlamentari, nel rapporto con la società, con le istanze scientifiche, culturali, religiose. È questa, secondo me, la condizione per far valere l’apporto di quel riformismo che ha sue radici profonde: nella tradizione cristiano sociale, nel cattolicesimo democratico di matrice popolare, nel solidarismo del volontariato, dell’associazionismo di cittadinanza, del sindacato, delle comunità parrocchiali.Ecco perché, insieme ad altri amici, ho avvertito l’urgenza di collegare tutti coloro che condividono questa esigenza in un’iniziativa culturale di ampio respiro. A partire dell’idea-forza della solidarietà. Essa, per noi, qualifica in modo essenziale una concezione di giustizia che supera la dimensione individuale.Insieme giustizia e solidarietà stanno nelle più autentiche tradizioni riformiste sia cristiano-sociali e cattolico-democratiche sia di sinistra.Proponiamo un riformismo solidale all’altezza delle nuove sfide.Il lavoro comune che proponiamo vuole avere, insieme, un respiro culturale e una forte attenzione formativa.Non basta elaborare buoni contenuti; ancora più urgente è renderli consapevolmente condivisi.L’innovazione non può affermarsi contro i diritti delle persone, delle famiglie, dello spirito pubblico, del bene comune. L’azione solidale, per noi, è il complemento necessario di ogni politica. Solo così il riformismo vincerà le sfide del tempo dell’incertezza: il lavoro flessibile che diventa precarietà senza diritti; l’economia che piega tutto alla sua logica; il ritorno della guerra e il nuovo terrorismo; una questione ambientale di inedita urgenza e gravità, i problemi della famiglia.Sono queste le ragioni che ci hanno spinto in questi giorni ad avanzare una proposta: realizzare un Laboratorio di formazione e di cultura politica, denominato Italia solidarietà. Con alcuni obiettivichiave: elaborare e condividere una nuova cultura politica; favorire la circolazione delle idee nel Pd, nel sindacato, nell’associazionismo, nel paese evitando vecchie logiche correntizie; formare una nuova classe dirigente diffusa. Da questo inizio potranno scaturire in futuro ulteriori sviluppi: un’associazione culturale, una fondazione, altro ancora...In questa direzione rivolgo un appello a tutti coloro che condividono l’ispirazione e i fini di questo progetto, perché si sentano parte di questa impresa e contribuiscano a realizzarla. La posta in gioco è chiara: operare insieme perché nel futuro del Pd ci siano lo spazio adeguato e la possibilità concreta per una convergenza culturale, consapevole e non strumentale, tra le diverse componenti del riformismo cristiano, per garantire una prospettiva di pieno riconoscimento del suo contributo e della sua attualità.
venerdì 15 febbraio 2008
Ora di … bilanci #3
2) Se la politica è un continuo compromesso tra aspirazione ideale e realtà concreta, beh… è dura non restar delusi. Ma senza questa tensione ideale, o per lo meno questo “sforzo di immaginazione”, si riduce a pura difesa di interessi. La politica cos’è? È difficile trovare il giusto equilibrio.
3) Il rapporto individuo-società. La vita pubblica non esaurisce tutte le sfere di una persona, che realizza parte delle sue aspirazioni anche nel privato. La politica, dice il diplomatico Toscano, è un misto di “idee, interessi, passioni”, e che sia anche passione non è una novità. Ma credo che confondere vita politica e vita affettiva non giovi all’equilibrio e alla pienezza di sé, per quanto talvolta possa capitare.
Privato e pubblico possono essere intesi in un senso più tecnico e a questo riguardo va riconosciuto che da anni la politica ha un ruolo di controllo della società inferiore agli attori economici: bisogna tenerne conto e riflettere sulle conseguenze. In ogni caso, quale altra forma di convivenza, più della democrazia, può limitare (non certo eliminare) le disuguaglianze??
4) Non provo molta serenità nel partecipare alla politica, per due caratteristiche. Primo, mi vergogno a chiedere il voto e a volantinare. Non che sia immorale o cosa, semplicemente mi sento imbarazzato, sono fatto così. In secondo luogo, le continue discussioni di cui si compone la politica possono essere pesanti. Credo che per trovarci un senso ci voglia un gruppo di persone con cui fare gruppo e confrontarsi; senza di esso vieno meno anche lo spazio di condivisione, sostegno e – a volte – un po’ di amicizia!
Il Futuro del popolarismo
Lettera aperta al Presidente Romano Prodi
27 gennaio 2008 - Mons. Luigi Bettazzi (Vescovo emerito di Ivrea)
Onorevole Presidente,
mi permetta riprendere con Lei un uso che ebbi una trentina di anni fa, quello delle "Lettere aperte". Nel 1976 il Presidente del Consiglio, democristiano, per giustificare il suo Governo dall'aver intascato "tangenti" per favorire l'acquisto di aeroplani da una industria americana (il fatto fu così pubblico che cadde il Presidente e fu cambiato il Segretario del Partito), era uscito nell'affermazione che sarebbe stato ipocrita far finta di ignorare che "in politica fanno tutti così!" Mi chiedevo allora che senso avesse dichiararsi cristiani in politica, ricevendo magari consensi e appoggi ufficiali dalla Chiesa (come allora succedeva), se poi ci si giustificava col fatto che "in politica fanno tutti così!". Iniziai a scrivere "lettere aperte" ai politici (il mio compito all'interno di Pax Christi poteva in qualche modo giustificarlo), rivolgendomi allora all'on. Zaccagnini, nuovo Segretario della DC, per chiedergli che si impegnasse in quest'opera di trasparenza e di onestà nella vita politica. Mi appellavo a un documento pubblicato allora dalla CEI che richiamava il dovere della "coerenza, della fedeltà e di un responsabile discernimento cristiano", precisando che "questo si esprime non solo nella difesa dei grandi valori, come ad esempio quello della vita, della famiglia, della religiosità, ma innanzitutto nello sforzo sincero e operoso per realizzare una società più giusta e più solidale, in cui, fra l'altro, i valori stessi della vita, della famiglia e della religiosità possano attuarsi concretamente e universalmente, non limitandosi a dichiarazioni superficiali o a privilegi settoriali". Oggi lo faccio con Lei, non tanto per la comune derivazione bolognese, tanto meno per entrare in giudizi o scelte di carattere strettamente politico, lo faccio in un tempo in cui il degrado della vita politica è evidente, in cui troppi rincorrono interessi e privilegi particolari, in cui gli stessi grandi ideali, proposti e difesi dalla Chiesa, vengono talora strumentalizzati anche da chi nella sua vita personale ha sempre mostrato di non tenerne un gran conto. Sento di doverLa ringraziare anche come vescovo, benché emerito, per l'esempio che Ella ha dato di stile e di attenzione alla gente più in difficoltà. L'ultima Settimana Sociale dei cattolici, fra l'altro egregiamente diretta dal mio successore a Ivrea, ha puntualizzato come fine di una retta politica sia il "bene comune", cioè la creazione di quell'ambiente in cui i cittadini, le famiglie, le aggregazioni - ma tutti i cittadini, tutte le famiglie, tutte le aggregazioni (non solo chi è già più fortunato o più amico) - possano perseguire una vita operosa e fiduciosa. Nei giorni scorsi qui, in Piemonte, in un incontro con i politici di ogni provenienza, il Cardinale Arcivescovo di Torino e lo stesso Vescovo di Ivrea auspicavano "una nuova politica imperniata sui valori, non la politica-spettacolo... o la politica come semplice somma degli interessi, piccoli o grandi, di lobby e corporazioni... Un 'elogio della politica alta', un appello a tutti, cattolici e laici, per un nuovo servizio alla società, nella linea della promozione del bene comune, del dialogo, secondo le indicazioni della Costituzione conciliare 'Gaudium et spes'". Dovremmo tenere più presente questa politica alta noi cristiani, e la CEI stessa deve continuare a richiamarcela con insistenza e precisione, evitando tutti, più che mai oggi, anche solo l'apparenza di compromissioni, di silenzi significativi, di comportamenti interessati. Come è stato autorevolmente ricordato, forse il vero modo di "dare a Dio quello che è di Dio", in questo campo, è "dare a Cesare quel che è di Cesare", cioè serietà, onestà, solidarietà. Non sta a me giudicare quello che il Suo Governo ha fatto; ma ritengo che gli intenti che L'hanno guidata, la serietà, la coerenza, il dialogo, la pazienza, con cui ha agito, pur fra mille difficoltà, anche nelle ultime ore, costituiscano un forte esempio dello stile con cui tutti, proprio a cominciare dai cristiani, dovrebbero porsi al servizio del "bene comune", e di come sia possibile, quindi perseguibile, una "politica alta" Grazie, Presidente. E auguri.
Albiano di Ivrea, 27 gennaio 2007
+ Luigi Bettazzi Vescovo emerito di Ivrea
Prodi, modello di coerenza e sobrietà
(di Angelo Bertani - Europa quotidiano)
Quali sentimenti attraversano il mondo cattolico italiano dopo le dimissioni di Prodi? Sembra un deja vu, come quando lasciò l’Iri o il primo governo Prodi cadde nel 1998. Lo criticano finché sta al potere: forse perché non cura l’immagine, gli basta dimostrare che lui è diverso. Non fa spettacolo, non si arricchisce né favorisce gli amici. E lavora in silenzio. Tutti sanno che al vertice c'è un galantuomo, un cattolico adulto (anche se l’autodefinizione aveva infastidito qualcuno, ma era vera). E quando lo fanno cadere... si diffonde il rimpianto. Qualcuno è anche contento, tra i cattolici più conservatori; ma non durerà. Infatti "lo stile è l’uomo", ma è anche un grande messaggio politico, una scelta programmatica.
L’economista Luigino Bruni (Famiglia Cristiana 10 febbraio) spiega che molti mali nostrani, il diffuso senso di impoverimento, vengono anche dagli stili di vita individualisti e consumisti.
Ci si lamenta, ma c'è in giro una quantità di lussuose berline tedesche, di inquinanti Suv, di preziosi vini d'annata. Aumentare i redditi familiari è necessario, dice «ma ancor più urgente è ricostruire il tessuto civile e relazionale delle nostre città e comunità, se vogliamo che i beni economici diventino benessere di tutti, personale e collettivo». E Prodi, con la stia bicicletta, la casa al quarto piano, la stessa di quando si era sposato, con la stessa Flavia, 39 anni fa) è un modello alternativo, di coerenza e sobrietà. Qualcuno comincia a dire che un cattolico in politica si distingue anzitutto per queste cose, Il Foglio (mensile di credenti torinesi, nulla a che fare con gli atei devoti!) riconosce che le scelte politiche fondamentali erano buone. Padre Sorge riconosce che «Prodi è stato più che bravo a tenere assieme 16 partiti ...e a tenere duro per due anni». Il vescovo Bettazzi in una lettera aperta: «Non sta a me giudicare quello che il suo governo ha fatto ma ritengo che gli intenti che l’hanno guidata, la serietà, la coerenza, il dialogo, la pazienza con cui ha agito pur fra mille difficoltà, anche nelle ultime ore, costituiscano un forte esempio di stile con cui tutti, a cominciare dai cristiani, dovrebbero porsi al servizio del bene comune».
Un gruppo di cristiani di Firenze aggiunge: «Vogliamo dirti che apprezziamo le tue scelte di trasparenza e coerenza. Questo non vuol dire che mitizziamo la tua persona o che condividiamo tutte le scelte... ma hai impresso un’orma culturale che rimanda a una decisa ispirazione evangelica e ad una testimonianza di fede cristiana che tende ad essere adulta e laica.... » (Adista n. ll, 2008). Intanto i vertici ecclesiastici cercano interlocutori "affidabili" al centro e a destra, con dubbio successo.
Gentile presidente Prodi, mi scusi se la disturbo, ma non posso farne a meno: ho una domanda da porLe che riguarda un grosso problema morale a cui La prego cortesemente di rispondere. Sono giorni che con grande malessere e malinconia, mi ritrovo a ragionare da sola sul susseguirsi degli avvenimenti, cercando di ricostruire come si sia arrivati a questa catastrofica situazione. Per capirci qualcosa dobbiamo partire dall’inizio della storia, rivederci i passi salienti della XV legislatura. Ricordo in quanti siamo andati alle urne sentendo il dovere di allontanare il rischio di un nuovo governo Berlusconi, e con lui tutte le sue leggi vergogna e il rosario di sciagure che ci ha imposto a proprio vantaggio. RitenendoLa persona onesta leale e capace, gli elettori confidavano nella realizzazione di almeno una buona parte delle 280 pagine del programma dell’Unione, dove già a pagina 18 si parla di conflitto d’interessi. Questa non era una vaga promessa ma un impegno sacrosanto che si assumeva coi Suoi elettori. Un impegno ribadito con forza subito dopo la vittoria elettorale, e prima di vestire la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Ne è passato del tempo, quasi due anni, ma di questo programma solo una parte ha visto la luce. Oltretutto, sui problemi più scottanti non si è neppure iniziato un dibattito, anzi si sono accantonati come si fa con i quesiti fastidiosi. Come mai? Da cosa è stato causato questo “accantonamento” dei molti problemi? Io mi rifiuto assolutamente di ritenerLa un giocoliere da Porta a Porta, che fa contratti con gli italiani e poi se la ride alle loro spalle. Temo piuttosto che Lei non abbia potuto tener fede al Suo programma perché a qualcuno della coalizione di sinistra o, meglio, sinistra-centrodestra non andava bene. Il Suo torto Presidente, mi permetta l’ardire e mi scusi, è stato quello di non denunciare subito, pubblicamente, le difficoltà in cui si veniva a trovare, a costo di recarsi in televisione e, a reti unificate, svelare la situazione, con un discorso tipo questo: “Mi rivolgo a voi, cittadini democratici che mi avete eletto vostro Presidente certi che avrei mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. Promesse che era mia profonda intenzione attuare, ma purtroppo mi è stato impedito. Sto a Palazzo Chigi, sì, ma in una condizione che ben si potrebbe definire di “libertà limitata”. I miei custodi sono coloro che non gradiscono cambiamenti sostanziali. Essi anelano piuttosto a poltrone, privilegi e affari. Ecco i nomi: …..” e doveva fare veramente i nomi, caro Presidente! Credo che Lei, Presidente, più di una volta abbia pensato veramente di dar fiato a questa denuncia, ma il senso di responsabilità e il timore per un futuro negativo per il Paese glieLo hanno impedito. Però a questo punto, Lei non se ne può andare con un indice di gradimento che non si merita, come non merita che si provino sfiducia e senso d’ironia verso la Sua persona. Quante volte è stato insultato, disprezzato e profondamente offeso? No, non può andarsene così, tra i lazzi di tanti rozzi-cafoni che ahimè ci accompagneranno negli anni futuri. La rispetto troppo per accettarlo. Caro Presidente, lei ha il dovere, l’obbligo di riacquistare la credibilità e la considerazione che si merita. C’è una sola strada da percorrere, anche se faticosa. Ma lo deve al Paese: fuori i nomi di chi Le ha impedito di portare a termine gli obiettivi prefissati e soprattutto le subdole scantonate ricattatorie con le quali è stato indotto ad affossare le parti essenziali del programma. È indispensabile che i Suoi elettori siano consci d’ogni pressione alla quale ha dovuto adattarsi e cedere. Dobbiamo sapere quali sono gli onorevoli che, sia in Parlamento che al Governo hanno materialmente fatto opposizione alla realizzazione di misure fondamentali per il cambiamento del nostro Paese. È un diritto che ci spetta. E Lei, professor Prodi, questo atto ce lo deve. Non solo per onorare la nostra lealtà ma anche la Sua. Il suo silenzio è sicuramente un gesto di fairplay nei confronti dei suoi avversari, ma in questo modo ci lascia nelle loro mani! Chi Le ha imposto quel numero spropositato di sottosegretari, ministri con portafoglio e senza portafoglio? Chi si è opposto all’abbattimento dei costi della politica? Chi ha bloccato, nei fatti, la più severa applicazione della riforma in materia di sicurezza sul lavoro? Chi sono le persone che hanno vanificato la realizzazione dei DICO? Chi ha voluto la vergogna dell’indulto di tre anni? Chi le ha tirato la giacchetta per tentare di portare a termine una legge-bavaglio sulle intercettazioni? Chi ha voluto il commissario De Gennaro a Napoli, il super-poliziotto di buona memoria alcuna in materia di gestione dei rifiuti? Chi si è messo di traverso per bloccare la tassazione delle rendite finanziarie? Chi ha impedito un serio confronto sulle missioni all’estero? E sulla base di Vicenza? Chi Le ha fatto ingoiare l’accettazione di quel impegno capestro? Tutte scelte soltanto Sue? Ma chi ci può credere?! Come diceva Socrate: “Solo rovesciando la tunica lisa si può leggere con chiarezza la storia di chi l’indossava.” Quindi sarebbe davvero utile che Lei spiegasse pubblicamente a tutti i cittadini italiani le vere ragioni che hanno portato prima al giornaliero logoramento e poi alla caduta del Governo da Lei presieduto. Non può tacere i motivi veri della crisi, altrimenti permetterebbe che coloro che hanno deliberatamente affossato il Suo Esecutivo, possano tranquillamente continuare ad abbattere qualsiasi tentativo serio di modificare la situazione di grave deterioramento, politico, economico e sociale, del nostro Paese. E non mi riferisco soltanto a responsabilità dell’opposizione ben organizzata (questo è il mestiere del polo conservatore!) ma piuttosto al tradimento messo in atto da elementi di governo in combutta con ambigui faccendieri. Se non si assume, una volta per tutte, il coraggio politico di fare chiarezza, ci troveremo come sempre a roteare nel cerchio dell’ignavia, dal quale non si uscirà mai. Le avvisaglie di questo torbido clima, che alla fine ci ha portato alla débâcle, ci erano apparse palesi fin dall’inizio di questa Legislatura: dal primo giorno in Senato, quando dovevamo eleggerne il Presidente. Si ricorda le tre votazioni andate a vuoto? Tre votazioni! Per tre volte i Suoi senatori, sbagliavano il nome o il cognome: Franco Marini (il prescelto) con Francesco Marini o Giulio Marini o Ignazio Marino, con l’aggiunta di schede bianche. Insomma, i numeri non c’erano. La seduta è finita a tarda notte senza nulla di fatto. Quando “novella senatrice” chiedevo: “Ma che sta succedendo? Come può accadere che sbaglino? Non è difficile!” mi si rispondeva: “Qualcuno della nostra coalizione manda messaggi: richieste rivolte al Presidente del Consiglio. Vogliono qualcosa, stanno bussando e attendono risposta come a tre sette! Finché non l’avranno ottenuta, niente Presidente!” “Ho capito! – ho esclamato – È un gioco al ricatto! Mio Dio, ma dove sono capitata?! È questa la politica?” Se tanto mi dà tanto mi domandavo: quante telefonate in codice avrà ricevuto, Presidente, e pressioni, e messaggi: “Io do, tu mi dai… noi ti appoggiamo, tu ci favorisci. Quanti sottosegretari sei disposto a sistemarci? Quanti ministeri? Quali favori?” Insomma, la solita danza da pochade con porte, portoni e portali che si aprono e chiudono in tempo e contrattempo. Temo che tutto quanto è successo sotto i miei occhi da neofita stupita, in questi 23 mesi si sia ripetuto a tormentone: “O mi favorisci o mi astengo e tu inciampi e vai giù piatto a terra”. La partita è chiusa, d’accordo… E che facciamo? Ce ne andiamo mesti per non aver reagito con solerzia all’andazzo del prender tempo nella speranza d’arrangiare ogni situazione? Io non credo si possa rimontare da sotterrati. So che è duro, ma questo è il tempo di non accettare supinamente, senza un moto di orgoglio, d’esser gettati nella discarica dei refuses politici e soprattutto è ora di denunciare le responsabilità di chi all’interno della coalizione ha remato contro, trascinando il Paese a questa rovina, evitando di incolpare la malasorte che sghignazza sempre nell’angolo basso della storia. Ora è “solo” Presidente. È il Suo momento. Lei deve finalmente parlare. Deve dare una risposta decisa alla domanda che in tanti Le poniamo: “Perché non ha reagito alle imposizioni ricattatorie da subito… perché non si è impegnato con tutte le sue forze e sul conflitto d’interessi e sulle leggi vergogna?” Attendiamo in TANTI una risposta. Con stima.
Franca Rame

